Tra il primo e il secondo comandamento c’è una frase censurata da secoli (Esodo 20,5)

Quali sono il primo e il secondo comandamento secondo la tradizione cattolica? Leggiamo su Cathopedia, l’enciclopedia cattolica:

I – Non avrai altro Dio all’infuori di me.
II – Non nominare il nome di Dio invano.

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La tradizione della Chiesa ha sintetizzato nei dieci comandamenti una serie di istruzioni che Mosè ha ricevuto da Dio. Le istruzioni sono elencate in due brani paralleli, nel capitolo 20 del libro dell’Esodo e nel capitolo 5 del libro del Deuteronomio. Potete leggerli integralmente sul sito bibbia.net, cliccando qui e qui.

Sul sito del Vaticano c’è la versione online del Catechismo della Chiesa Cattolica con una pagina dedicata a ciascun comandamento.

Nella pagina del primo comandamento (clicca qui) è riportato il brano integrale dell’Esodo da cui il comandamento (Non avrai altro Dio all’infuori di me) è stato tratto:

Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai.

Si tratta, lo ripetiamo, del capitolo 20 dell’Esodo, versetti dal 2 al 5.

Stesso discorso vale per il secondo comandamento (clicca qui). In questo caso (Non nominare il nome di Dio invano) è praticamente identico al brano corrispondente dell’Esodo:

Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio.

È il versetto 7 del capitolo 20 dell’Esodo.

Il lettore attento avrà notato che il versetto 6 dell’Esodo non viene fatto rientrare né nel primo comandamento, che termina al versetto 5, né nel secondo comandamento, che inizia con il versetto 7. Per la precisione il brano del primo comandamento, come vedremo, viene tagliato a metà del versetto 5. Quindi il Catechismo e la tradizione della Chiesa, per qualche motivo, hanno deciso di saltare un versetto e mezzo (la seconda parte di Esodo 20,5 e tutto Esodo 20,6).

Perché? Forse si tratta di passi irrilevanti? O forse sono frasi poco convenienti? Il brano censurato, è questo:

Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

Più che irrilevanti, sembrano concetti sconvenienti. Già sant’Agostino si era scervellato parecchio su cosa potesse significare che Dio punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione. Anche teologi contemporanei come André-Marie Dubarle hanno riflettuto molto su questa frase.

È difficile razionalizzare l’idea che un Dio geloso possa punire i figli e i nipoti innocenti di un peccatore. Dato che pure i teologi faticano a spiegarselo, meglio che i fedeli sprovveduti non la leggano proprio, così hanno un pensiero in meno. La sfortuna, però, ha voluto che questa frase sconveniente capitasse proprio lì, in uno dei testi più famosi di tutta la Bibbia: all’interno dei 10 comandamenti e, come se non bastasse, tra il primo e il secondo!

E se invece si trovasse in un testo fondamentale proprio perché è una frase fondamentale? Chi ha già letto il mio libro, saprà che, per me, quel concetto sconveniente è una delle chiavi più importanti per comprendere il significato più profondo di tutto l’Antico Testamento.

Se non avete letto il libro, dovete almeno leggere i due articoli che precedono questo che state leggendo: il primo, sui matrimoni misti proibiti e il secondo, sui figli bastardi che venivano generati quando si violava il divieto dei matrimoni misti.

Se non avete letto il libro e neanche gli articoli propedeutici, non ve la prendete se non capirete il prosieguo del discorso.

La gelosia, che gli autori sacri attribuiscono a Dio in diversi libri, è spesso connessa al divieto dei matrimoni misti e alla raccomandazione di non seguire i culti pagani dei popoli cananei:

Tu non devi prostrarti ad altro dio, perché il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso. Non fare alleanza con gli abitanti di quella terra, altrimenti, quando si prostituiranno ai loro dèi e faranno sacrifici ai loro dèi, inviteranno anche te: tu allora mangeresti del loro sacrificio. Non prendere per mogli dei tuoi figli le loro figlie. (Esodo 34,14-16)

Che la frase censurata sul Dio geloso e sulla punizione che ricade sulle generazioni successive sia connessa con il divieto dei matrimoni misti, trova conferma in un altro brano.

Quando gli israeliti infrangevano la proibizione e si accoppiavano con i cananei, i figli di questi incroci venivano chiamati bastardi e venivano esclusi dalla comunità del signore:

Il bastardo non entrerà nella comunità del Signore; nessuno dei suoi, neppure alla decima generazione, entrerà nella comunità del Signore. (Deuteronomio 23,3)

Qui ci troviamo in una situazione simile a quella del primo comandamento perché il peccato del genitore, colpevole di aver generato un figlio da un matrimonio misto, ricade sul figlio bastardo innocente. E non solo il figlio ma tutta la discendenza di quel figlio dovrà scontare il peccato dell’antenato. È come se la discendenza bastarda contraesse un peccato che si trasmette di generazione in generazione.

Cosa vi ricorda questo concetto? A sant’Agostino non sfuggì l’analogia tra questo peccato ereditario e il peccato originale che, come questo, sarebbe stato commesso da un progenitore e poi si sarebbe trasmesso alla discendenza innocente. Agostino, infatti, che aveva studiato a fondo l’Antico Testamento, denunciava la presenza, in esso, di una pluralità di peccati ereditari. Dubarle, che pure se ne intendeva, dato che ha scritto due libri sul peccato originale, ha dedicato uno studio alla strana teoria del santo d’Ippona: La molteplicità dei peccati ereditari nella tradizione agostiniana.

A differenza del peccato originale, che avrebbe contagiato tutta l’umanità, il peccato in questione contagia solo un ramo dell’umanità, solo la discendenza bastarda. Sempre Agostino sosteneva che questo peccato degli israeliti si sarebbe sommato, negli sfortunati discendenti, a quello di Adamo.

Ma allora perché nella frase che stiamo analizzando Dio punisce la colpa dei padri nei figli solo fino alla terza e alla quarta generazione? La risposta la troviamo in un altro passo che parla di bastardi. Ma bastardi diversi. Mentre gli incroci israeliti x cananei generavano una discendenza irrecuperabile, gli incroci israeliti x edomiti e israeliti x egiziani, erano recuperabili:

Non avrai in abominio l’Edomita, perché è tuo fratello. Non avrai in abominio l’Egiziano, perché sei stato forestiero nella sua terra. I figli che nasceranno da loro alla terza generazione potranno entrare nella comunità del Signore. (Deuteronomio 23,8s)

Ecco dunque spiegata la frase censurata dalla tradizione.

Però sorge una domanda: perché Dio avrebbe dovuto punire i figli e i nipoti generati dagli incroci? La risposta potrei averla trovata in una vecchia edizione del 1827 de Il milione di Marco Polo, questa.

Nel secondo volume, a pagina 399, c’è una nota del conte Baldelli Boni. Sta parlando di uno strano gruppo di indigeni di Sumatra (Indonesia), gli Orang-Gugu. Erano una popolazione poco numerosa che «differiva di poco dagli Orang-Utani», erano «coperti di pelo» e si differenziavano dagli Orang-Utani «solo per l’uso della parola».

Fu condotto uno di questi a Labun, ebbe figli da una donna del paese che erano meno pelosi del padre, alla terza generazione divennero come gli altri.

Nel caso di Sumatra descritto dal nostro conte, sarebbe stata la donna di Labun a violare quella che per gli israeliti era la proibizione dei matrimoni misti. La donna, accoppiandosi con un Orang-Gugu avrebbe generato un figlio bastardo, ibrido, che avrebbe ereditato metà del suo DNA dal padre selvaggio. Non solo: la metà del DNA selvaggio del figlio si sarà poi trasmessa alla seconda generazione e così il nipote della donna peccatrice avrebbe avuto ancora un 25% di DNA Gugu. Alla terza generazione sarebbe arrivato un DNA ancora più diluito, il 12,5%, che avrebbe fatto apparire l’individuo in questione come gli altri.

Ci siamo: in un contesto come quello di Sumatra la frase censurata che stiamo analizzando, diventa comprensibilissima: sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione.

La punizione non sarebbe un’azione diretta di Dio ma la semplice conseguenza genetica di un incrocio che avrebbe causato problemi psicofisici ai discendenti.

La mia ipotesi è che alcuni popoli che vivevano nella terra di Canaan erano geneticamente diversi dagli israeliti. Secondo la moderna paleogenetica, proprio in Palestina, si sarebbero verificati i primi incroci tra Sapiens e Neanderthal. I cananei potevano essere una popolazione più neanderthaloide rispetto agli israeliti.

Nel mio libro, L’origine dell’uomo ibrido, riporto molte prove a sostegno di questa ipotesi. Ne cito solo un paio:

Il gatto Bengala è un ibrido tra il gatto domestico e il gatto leopardo, un gatto selvatico. A causa del carattere nervoso e turbolento, l’Enciclopedia del Gatto[1] c’informa che il Bengala è ritenuto un gatto domestico solo dopo la terza generazione perché prima può continuare ad avere comportamenti tipici della specie selvaggia. Qualcosa di simile accade allo sciacallo ibrido, incrocio tra lo sciacallo e il cane: i tratti selvaggi dello sciacallo perdurano negli ibridi fino alla terza generazione, come documentato da un esperimento condotto in India[2].

[1]Enciclopedia del gatto, tutte le razze riconosciute, storia, curiosità, caratteristiche, De Vecchi, 2010.

[2] Robert A. Sterndale, Natural history of the Mammalia of India and Ceylon, 1884, pp. 238-239.

Ma nella Bibbia ci sono indizi che i cananei fossero geneticamente diversi dagli israeliti? Sì, molti. Ne parlerò in un prossimo articolo. Se invece non volete aspettare, potete leggere il mio libro.

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